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Che il tatuaggio sia una delle più antiche forme di espressione artistica dell’uomo è ormai comunemente accettato e le continue scoperte di testimonianze in questo senso da parte degli antropologi ci confermano quanto questa pratica sia stata diffusa e culturalmente significante. Non si sa esattamente perché il tatuaggio abbia da sempre suscitato tanto fascino sugli uomini, ne’ si conoscono le origini e le radici dell’impulso che li muove verso di esso , ma è certo che il gesto di incidere sulla propria pelle un segno è indissolubilmente legato all’atto primario di fare arte con qualunque strumento e probabilmente questo mistero è ancora oggi parte importante del suo fascino. Chi decide di farsi tatuare decide di compiere un atto di espressione definitivo, irrazionale e intimamente personale e quasi sempre i segni che sceglie di farsi incidere sulla pelle hanno lo scopo di produrre una trasformazione del suo corpo che rafforzi l’immagine positiva che egli ha di sè. Il tatuaggio è quindi un gesto serio e profondo ma è allo stesso tempo anche un gioco come lo sono tutte le altre forme di decorazione del corpo: divertirsi, giocare con se stessi e con il proprio corpo è parte importante dell’atto di tatuarsi. Per questo il tatuaggio ha sempre avuto una lettura sociale positiva nelle civiltà primitive; è solo dove sistemi autoritari e repressivi si sono appropriati direttamente di esso come strumento di punizione e umiliazione - come ad esempio nelle società tradizionali ebraiche cristiane - che esso suscita angoscia, rigetto e repulsione. Questo spiega forse perché il tatuaggio provochi ancora oggi da noi fascino ma anche inquietudine; perché continui ad essere emarginato e ignorato dalla cultura ufficiale e relegato tra i fenomeni di controcultura mentre sempre più persone di tutti gli strati sociali lo fanno proprio, anche pubblicamente, senza alcun problema. |